Troppi Interessi e Nessuna Direzione? Guida per Multipotenziali
Dal fare tutto mediocremente a una vita coerente: carriera, connessione e metodo per ritrovare focus e traiettoria.
“Se fai troppe cose, le farai tutte male.” È una di quelle frasi che sembrano buon senso e invece, nella vita reale, funzionano come una profezia che si autoavvera: se la ripeti abbastanza volte, inizi a comportarti come se fosse una legge. Tagli, riduci, semplifichi. Metti via una parte di te “per ora”, come si mettono in ripostiglio le cose che non hanno un posto nella casa.
E aspetti il giorno in cui, finalmente, sarai una cosa sola: più lineare, chiaro da spiegare, facile da incasellare, e soprattutto più “vendibile” in un mondo che ama le etichette rapide. Il problema è che per molte persone quel giorno non arriva. Parlo di persone multipotenziali: hanno interessi diversi, energie che si accendono in più direzioni, e una forma di creatività che non funziona a compartimenti stagni. E quando provano a forzarsi dentro un’unica identità — quella consigliata dai cliché culturali, o del marketing più pigro (“niche down”) — diventano più spente.
Non è una questione romantica: comprimere troppo a lungo ciò che sei crea frizione, e questa prima o poi, diventa sabotaggio. Questo articolo non è una celebrazione generica del “fare tante cose” né una giustificazione per inseguire qualunque impulso. È una mappa pratica: come unire interessi diversi senza perdere focus, come evitare la dispersione “eccessiva”, e come trasformare quella che sembra confusione in un vantaggio reale.
Perché leggere questo articolo?
Se è la prima volta che ci incontriamo, sono Giuliano Di Paolo: creator, filmmaker, musicista e autore. Il mio lavoro ruota intorno a creatività, storytelling e libertà — cosa costruisci, come lo costruisci, che tipo di vita ti permette.
Non troverai una guida “da manuale”, ma il tentativo di mettere ordine in un tema che molte persone sentono addosso ogni giorno, e di farlo con un approccio che non ti chieda di diventare qualcun altro per funzionare. Se sei d’accordo direi che è arrivato il momento di iniziare per davvero.
“Scegli una cosa sola”: la bugia che ti uccide lentamente
La parte più pericolosa del mantra “scegli una strada” è che arriva come un consiglio ragionevole, quasi protettivo: se ti concentri, vinci; se ti dividi, perdi. E allora inizi a fare quello che fanno in tanti: costruisci una versione semplificata di te stesso, una narrazione più pulita, una bio più ordinata. Solo che, mentre credi di essere più coerente, dentro di te senti una parte spegnersi.
Per me questa bugia aveva un volto molto preciso: l’idea che un filmmaker, un autore, un creator, un educatore… non potesse essere anche un musicista / songwriter. Ho iniziato a fare musica a 13 anni, non è mai stata un hobby, semplicemente il mio modo di stare al mondo. Eppure negli ultimi anni l’ho vissuta a singhiozzo, come se fosse una cosa “in più”, un extra da concedermi quando avanzava tempo, energia, permesso. Un confine identitario che mi ero imposto da solo — e che per molto tempo ho scambiato per maturità.
Poi mi è successo quello che, col senno di poi, sembra quasi la scena di un film. Ero nelle Filippine e, come spesso accade lì, mi sono ritrovato su un palco a cantare. In quel momento la narrativa ha iniziato a scricchiolare, perché era evidente ciò che avevo tentato di negare: non stavo “scegliendo”, stavo solo rinunciando. Non stavo proteggendo la mia coerenza, stavo proteggendo la mia paura di essere troppo, di non essere incasellabile, di non poter spiegare in una frase sola cosa faccio — o meglio chi sono.
Qui c’è un punto che per un multipotenziale è cruciale e spesso ignorato: credere che per essere credibile tu debba “silenziare” alcuni tuoi talenti o opzioni. Perché quando metti un talento nel cassetto lo trasformi in una tensione di fondo. E quella tensione si sposta, ti segue, ti ruba lucidità, ti fa dubitare. La dispersione non nasce dall’abbondanza di interessi, ma dal tentativo di “amputarsi” per sembrare “normali”.
La svolta, almeno per me, è stata riconoscere una cosa molto semplice: se sei davvero capace in più ambiti, se ti senti appagato nell’esprimere più talenti, non c’è nulla di sbagliato. Anzi, c’è qualcosa di profondamente coerente nel non tenere le parti vive di te chiuse a prendere polvere. Perché quei talenti, quando smetti di nasconderli, diventano un regalo anche per l’esterno: più linguaggi hai, più persone puoi raggiungere, più ponti puoi costruire.
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“Fai tutto mediocremente”: l’etichetta che ti inchioda
Dopo “scegli una cosa sola”, di solito arriva l’altra frase, quella che fa ancora più danni perché sembra una diagnosi definitiva: “se fai troppe cose, le farai tutte male”, oppure la sua versione più elegante e più velenosa: “sei bravo in tante cose, quindi non eccelli in niente”. È un’etichetta comoda perché semplifica. Ti mette in una categoria e chiude la discussione. E soprattutto ti costringe a guardarti con lo sguardo del sistema: quello che misura la qualità solo in base a una traiettoria lineare, una progressione prevedibile, un’identità unica che non cambia mai.
Il problema non è che quella frase sia totalmente falsa. Ma che venga usata come fosse sempre vera. Perché sì, esiste un modo di vivere “tante cose” che produce mediocrità: quando tutto resta in superficie, quando l’interesse è solo eccitazione iniziale, quando si scappa appena arriva l’attrito, quando si collezionano inizi e non si accumula mai profondità. Ma quello non è essere multipotenziale. Quello è disperdere i propri talenti e il proprio tempo.
La multipotenzialità, nella sua forma più sana è costruire più verticalità reali (e farle parlare tra loro). È il contrario del “dilettante”: non è “mille cose a caso”, è un’identità che si esprime in linguaggi diversi ma attinge a una radice comune. Nel mio caso è evidente: arti visive, musica, storytelling, scrittura non sono 4 hobby separati; sono 4 strumenti con cui faccio la stessa cosa — traduco esperienza in significato, caos in narrazione, dando forma a un messaggio. Cambia il mezzo, non cambia il motore. E quando il motore è lo stesso, la coerenza deriva dallo scegliere un modo di lavorare che ti permetta di andare in profondità.
È anche qui che conviene fare pace con un fatto che raramente diciamo ad alta voce: molte persone giudicano “mediocre” ciò che in realtà è solo una fase di costruzione. Se inizi un nuovo linguaggio (musica, video, scrittura, public speaking), per un po’ sarai inevitabilmente in quella zona grigia in cui stai imparando, affinando, trovando la tua voce. E se nel frattempo ti imponi anche la vergogna di “non essere già eccellente”, allora: smetti, ti nascondi, lo vivi a singhiozzo, e poi ti dici “vedi? avevano ragione”. Ma non avevano ragione: avevano solo dato un nome definitivo a un processo che, per definizione, è transitorio.
Il punto, quindi, non è difendere l’idea romantica del “posso fare tutto”. Devi distinguere tra due scenari che dall’esterno sembrano uguali ma dentro sono opposti. Da una parte c’è la dispersione: la sensazione di vivere in bozza perenne, senza consegne, senza chiusure, senza uno standard interno. Dall’altra c’è l’intersezione: la capacità di far crescere competenze diverse in modo intenzionale, lasciando che una rafforzi l’altra. È lì che nasce quel tipo di valore che i generalisti “piatti” non hanno: non la somma di abilità, ma la capacità di mettere insieme i puntini quando gli altri vedono solo frammenti.
❝Se inizi un nuovo linguaggio (musica, video, scrittura, public speaking), per un po’ sarai inevitabilmente in quella zona grigia in cui stai imparando, affinando, trovando la tua voce.❞
Vivi e lavora senza confini
Le tre forme della carriera: specialista, dispersivo, multipotenziale
Una delle ragioni per cui le persone multipotenziali si sentono “sbagliate” è che continuano a misurarsi con un modello che non è stato pensato per loro. Per decenni l’ideale implicito è stato quello del professionista verticale: scegli un campo, vai in profondità, diventi riconoscibile, ripeti. In quel mondo, la coerenza coincideva con la specializzazione come sinonimo di valore. Il problema è che oggi quel metro di giudizio viene applicato a chi funziona in modo diverso, e il risultato è sempre lo stesso: o ti forzi in una forma che ti spegne, oppure ti racconti (erroneamente) che sei “incostante”.
Per capirci, invece di pensare in termini di “che lavoro fai?”, è molto più utile pensare in termini di forme. Immagina tre profili.
Il primo è la forma più celebrata: lo specialista, la persona “I-shaped”. Una linea verticale che scende in profondità in un solo dominio. È una forma potente, spesso indispensabile, e in molti contesti è ancora la scelta migliore: se devi essere chirurgico, se il settore premia competenze iper-specifiche, se l’ambiente è stabile e ripetibile, la profondità unica è un vantaggio netto. Ma quando questa forma viene venduta come l’unica via possibile, diventa una gabbia per chi sente che la propria identità non entra in un’unica definizione.
Il secondo profilo è quello che viene scambiato più spesso per multipotenzialità, ma non lo è: il dispersivo, la forma “dash-shaped”. È largo, superficiale, pieno di inizi e povero di fondamenta. Qui sì che nasce la sensazione di mediocrità, perché non c’è una colonna portante su cui poggiare: tutto è interessante, possibile, e proprio per questo niente conta davvero. È la vita in bozza, la modalità “open tabs” della mente: tante schede aperte, poche pagine lette fino in fondo. Ed è importante dirlo senza moralismi, perché capita a tutti di attraversare questa fase. Ma chiamarla multipotenzialità è un errore.
Poi c’è la terza forma, quella che interessa a noi: la forma M-shaped, la più realistica per chi crea in più linguaggi e non vuole limitarsi per sembrare lineare. È fatta da più verticalità solide (due, tre, a volte quattro nel corso della vita) e da una barra orizzontale che le connette. In pratica: non sei “uno che fa tutto”, sei qualcuno che costruisce competenza reale in più territori e poi usa quelle competenze per vedere ciò che altri non vedono. La differenza è enorme: lo specialista spesso eccelle nel suo campo perché scende dritto; il multipotenziale eccelle quando attraversa, quando porta una struttura da un linguaggio all’altro, in un modo personale di leggere il mondo.
E qui arriva la parte che ribalta l’ansia: la M-shape è una strategia di profondità distribuita. Non ti chiede di “fare più cose”, ma di farle meglio, e soprattutto in un modo che ti rappresenti. È il punto in cui smetti di domandarti “qual è la mia unica strada?” e invece ti chiedi “quali sono le mie colonne portanti, il filo che le tiene insieme?”. Perché la vera coerenza, per una persona multipotenziale, non è una categoria, bensì una traiettoria. Una logica interna che si sente anche quando cambiano i progetti, i formati, gli strumenti.
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Il vantaggio invisibile: collegare i puntini (quando nessuno li vede)
Se la mappa delle forme ti ha dato un minimo di sollievo — “ok, non sono fatto male, semplicemente non sono uno specialista” — a questo punto arriva la domanda che conta davvero: qual è il vantaggio concreto di essere così? Perché la multipotenzialità è facile da romanticizzare e altrettanto facile da demonizzare, ma finché resta un tratto della sola personalità non ti aiuta. Ti serve capire dove diventa valore, dove smette di essere “ho tanti interessi” e diventa “ho un modo diverso di vedere”.
Il vantaggio non è sapere un po’ di tutto. Quella è la versione dispersiva, la dash-shape travestita da curiosità. Il vantaggio è un’altra cosa, molto più rara: la capacità di riconoscere strutture e portarle da un linguaggio all’altro. Di vedere somiglianze dove gli altri vedono solo differenze. Di usare un campo come lente per interpretarne un altro. Una sorta di muscolo cognitivo: più esperienze accumuli, più la tua mente diventa brava a creare collegamenti non ovvi. E quando quei collegamenti producono una soluzione, un’idea, un’estetica, una narrazione che non esisterebbe senza quell’incrocio, allora la multipotenzialità smette di essere un problema identitario e diventa un asset competitivo.
In termini semplici: alcune persone crescono per “specializzazione”, altre crescono per “connessione”. Lo specialista tende a migliorare affinando una traiettoria verticale. Il multipotenziale tende a migliorare costruendo verticalità solide e poi usando i ponti tra quelle verticalità per fare un salto. È per questo che dall’esterno, spesso, i tuoi interessi sembrano “puntini a caso”: perché chi ti guarda vede il catalogo, ma non le interconnessioni. Vede che fai video, scrivi, componi, viaggi, insegni. E pensa che siano compartimenti. Tu invece (quando sei davvero multipotenziale) stai allenando la tua capacità di creare collegamenti.
Nel mio caso il filo è evidente: arti visive, musica, storytelling, scrittura non sono quattro vite separate, sono quattro modi di lavorare sulla stessa materia prima — l’esperienza. La musica insegna ritmo e tensione, cioè la capacità di costruire un climax e di rilasciarlo nel momento giusto. Il filmmaking insegna composizione, timing, scelta, cioè l’arte di togliere fino a lasciare solo ciò che serve. La scrittura obbliga la chiarezza, cioè prendere un’intuizione e renderla trasferibile, leggibile, utile. Lo storytelling tiene insieme tutto: è il ponte che trasforma un insieme di frammenti in una traiettoria. E quando queste competenze iniziano a parlarsi, succede qualcosa che chi vive in un solo dominio fatica perfino a immaginare: moltiplichi i tuoi talenti.
Qui si chiarisce un punto che spesso viene frainteso: collegare i puntini non significa “essere creativi” in modo vago, né avere tante idee e basta. Significa saperle rendere operative. Significa che un’intuizione non resta un bel pensiero, ma diventa un format, un progetto, una canzone, un documentario, un articolo da concretizzare. Perché alla fine il mondo premia chi trasforma possibilità in qualcosa di tangibile, e poi ci costruisce sopra una continuità.
Se vuoi un test rapido per capire se stai usando davvero questo vantaggio o se stai solo navigando tra mille interessi, prova a farti una domanda semplice: qual è il principio che sto portando da un ambito all’altro? Non “cosa sto facendo”, ma “cosa sto trasferendo”. Ritmo? Composizione? Empatia? Sintesi? Visione? Quando inizi a cambiare prospettiva e paradigma, la tua vita smette di sembrare una lista di etichette e acquisisce una logica meravigliosa.
❝Lo specialista tende a migliorare affinando una traiettoria verticale. Il multipotenziale tende a migliorare costruendo verticalità solide.❞
Il “vessel”: il contenitore che rende coerente la frammentazione
A questo punto vale la pena dirlo in modo netto, perché è qui che molti multipotenziali si bloccano: non ti manca “la direzione”, ma un contenitore. Un luogo mentale e operativo dentro cui i tuoi interessi non sono più una somma casuale, bensì diventano una traiettoria. Senza un vessel, ogni nuova curiosità sembra una deviazione; con un vessel, la stessa curiosità diventa carburante. La differenza non è sottile: nel primo caso ti senti dispersivo e in colpa, nel secondo ti senti vivo e funzionale.
Il vessel non è una nicchia, una gabbia, né lo “scegliere un’etichetta”. È qualcosa di più intelligente e umano: una cornice. Il modo in cui decidi di canalizzare ciò che sei in una forma che abbia una logica precisa — e che quindi possa essere capita, seguita, sostenuta. Perché la multipotenzialità, finché resta privata, è solo una sensazione interna. Il passaggio di qualità avviene quando diventa leggibile: quando le persone non devono più chiedersi “ma tu cosa fai?”, perché ciò che fai racconta già la logica che ti muove.
Nel mio caso, il vessel non è “fare contenuti” e basta, e non è neanche “essere un creator” come identità. È una cosa più profonda: creatività veicolata da un messaggio di empowerment, rivolta a chi si sente stretto in una singola categoria, a chi vuole una vita più libera e autentica, a chi viaggia per scoprire differenze e somiglianze, a chi intuisce che fare business — nel senso sano di costruire agency — è più appagante che subire i business altrui. Questo contenitore non mi fa scegliere tra documentari, musica, scrittura, speech; ma di usarli come linguaggi diversi per dire la stessa cosa.
È qui che “niche down” diventa il consiglio più controproducente che tu abbia mai seguito. Perché spesso quella narrativa confonde due piani diversi: confonde la chiarezza con la riduzione. E invece tu puoi essere chiarissimo senza essere stretto. Puoi essere riconoscibile senza limitarti. Così da non essere più obbligati a divenire verticale in un’unica skill, ma avere un centro di gravità abbastanza forte da tenere insieme le tue verticalità.
E c’è un secondo motivo per cui il vessel è così importante, soprattutto oggi: perché ti rende scopribile. Non devi diventare influencer a tutti i costi, ma se hai una combinazione rara di competenze e una visione, e non possiedi una struttura che le raccolga e le distribuisca, resteranno per forza invisibili. Un “contenitore” può essere un magazine, una newsletter, un canale, una serie di doc, un libro, un album, un talk, un percorso educativo; la forma cambia, ma la funzione è sempre la stessa: trasformare la tua complessità in qualcosa che può attraversare il mondo senza essere smarrito.
Questa dinamica per me è decisamente liberatoria: un contenitore ben scelto ti restituisce libertà, perché fa da filtro. Ti aiuta a capire quali interessi sono radici e quali sono solo fughe momentanee. Ti permette di dire “sì” senza dire “sì a tutto”. Ti fa smettere di vivere come se ogni nuova passione debba per forza diventare una nuova identità, e ti insegna una qualcosa di importante: che puoi esplorare i tuoi svariati interessi, e al contempo canalizzarli in modo intenzionale.
Se vuoi un modo semplice per costruire (o verificare) il tuo vessel, non partire dai “contenuti” o dai format. Parti da tre domande più strutturali:
1) Qual è il filo?
Non “di cosa parli”, ma quale trasformazione ti interessa. Per me: libertà, autenticità, creatività come agency, il mondo come contenitore, l’idea che non devi ridurmi per essere credibile.
2) Qual è la forma che ti permette di seguire quel filo senza tradirti?
Per qualcuno è scrivere. Per qualcun altro è fare video. Oggi io ho creato un ecosistema: documentari, musica, scrittura, speech. Come linguaggi coerenti per esprimere i miei talenti e un messaggio univoco.
3) Qual è la promessa implicita che fai a chi ti segue?
Qui si gioca anche “l’impatto sugli altri” senza farne un capitolo morale: quando la promessa è chiara, le persone smettono di vederti come uno che cambia idea in continuazione, ma come qualcuno che lavora per coerenza valoriale. Lascia parlare i risultati: non devi giustificarti con nessuno, tantomeno con te stesso. Limitati a fare ciò che nessuno può replicare.
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Il metodo dei blocchi: come gestire più interessi senza vivere in multitasking
Avere un contenitore è ciò che rende coerente la tua identità; avere un metodo è ciò che rende coerente la tua settimana. Perché qui sta l’equivoco che manda in crisi molti multipotenziali: pensano che il problema sia “scegliere”, quando il problema vero è “gestire”. Gestire l’energia, la lucidità, la tentazione di aprire mille fronti, il rumore mentale che nasce quando tutto sembra urgente o interessante. E se non hai una struttura operativa, anche il vessel migliore diventa una promessa frustrante: bellissima come idea, ingestibile nel quotidiano.
Il mio metodo non è lavorare per lunghi periodi su una sola cosa. È lavorare per blocchi.
Un blocco può durare settimane, o anche solo un pomeriggio; la durata non è il punto. Il punto è la regola sottostante, quella che evita la dispersione senza spegnere la pluralità: puoi portare avanti anche più progetti insieme, purché siano in ambiti diversi, e soprattutto purché non lavori in parallelo su più progetti nello stesso dominio. In pratica: una canzone, un documentario, un progetto di scrittura possono convivere; due canzoni “aperte” contemporaneamente, due documentari in montaggio, o tre articoli iniziati insieme no. Perché così finisci per frammentare tutto e creare confusione.
Questa regola sembra banale finché non ti accorgi che ti protegge dal costo invisibile delle transizioni. Ogni volta che cambi contesto, il cervello paga una tassa. Non è solo “spostarsi” da un task all’altro, ma riattivare un mondo: linguaggio, obiettivo, problemi, standard, tono, strumenti. Se fai questo troppo spesso rischi di consumare energia per ricordarti continuamente cosa stavi facendo. Il risultato è sentirsi sempre “in corsa” e quasi mai in profondità. Il blocco, invece, ti riporta a una modalità più adulta: apri un fronte, ci entri davvero, lo porti a una forma chiusa, e solo dopo apri il successivo nello stesso ambito.
Per farlo funzionare, serve un dettaglio che quasi nessuno esplicita: un blocco è definire un tempo di chiusura. Se non sai cosa significa “finito”, resterai sempre nella zona grigia in cui potresti migliorare, sistemare, aggiungere — e quindi non chiudere mai. Il blocco funziona quando hai un criterio chiaro, minimale: una canzone è “chiusa” quando hai struttura, testo definitivo e una versione demo che regge; un documentario è “chiuso” quando hai una timeline con montaggio completo (anche se non perfetta) e un export condivisibile; un articolo è “chiuso” quando è pubblicabile. La qualità si affina, ma prima serve l’oggetto. Perché senza oggetti finiti non hai continuità.
La parte più controintuitiva è che questo metodo amplifica drasticamente la tua libertà. Perché ti permette di essere multipotenziale senza vivere come una scheda del browser aperta per sempre. Cambiare linguaggio senza cambiare identità. Esplorare con un ritmo che non ti prosciuga. Questa è la distinzione che, alla fine, rende tutto “credibile” senza doverlo giustificare: perché chiudi un progetto, senza rinunciare ai tuoi mondi paralleli. Quando consegni, la narrativa del “scegli una sola cosa” perde potere, diventa irrilevante.
Se vuoi una versione applicabile sin da subito, trasforma questa regola in un ciclo semplice:
1) Scegli tre ambiti (non cento)
Uno creativo “lungo” (es. documentario), uno espressivo “ritmico” (musica), uno editoriale “continuo” (scrittura). Tre è un numero psicologicamente sostenibile: ti dà varietà senza rumore.
2) Apri un solo progetto per ambito
Un progetto, che oltre ad ispirarti, abbia un output chiaro. Se ne apri due nello stesso ambito, stai creando una competizione interna e rischi di rimandarne la chiusura.
3) Definisci cosa significa “chiuso” (prima di iniziare)
Due righe bastano. Se non lo scrivi, il blocco diventa elastico e quindi infinito.
4) Lavora per blocchi finché chiudi
Il blocco può essere un pomeriggio o tre settimane. L’unico criterio è: non aprire un altro progetto nello stesso dominio finché quello non ha una forma condivisibile.
5) Review e prossimo ciclo
Quando chiudi, non saltare subito al nuovo giocattolo. Fai una revisione rapida: cosa ha funzionato, cosa ti ha drenato, cosa vuoi mantenere. È qui che questo metodo assume le tue regole, acquisendo struttura.
In sintesi: il vessel ti dà direzione, i blocchi ti danno sostenibilità. E quando direzione e sostenibilità si incontrano, succede che smetti di sentirti dispersivo, perché non stai più vivendo solo il tuo potenziale. Stai facendo convivere più direzioni (quelle che più ti rappresentano), acquisendo una coerenza che nel tempo dà consistenza ai tuoi molteplici talenti.
❝Un blocco può durare settimane, o anche solo un pomeriggio; la durata non è il punto. Il punto è la regola sottostante, quella che evita la dispersione senza spegnere la pluralità.❞
FAQ — Multipotenziale: domande frequenti
Cosa significa essere una persona multipotenziale?
Essere multipotenziale non significa “fare un po’ di tutto”, ma avere energia e competenze che possono crescere in più domini, e sapere creare valore nelle intersezioni: quando una cosa che impari in un campo cambia il modo in cui lavori in un altro. La multipotenzialità diventa caos solo quando manca una struttura (contenitore + metodo) che trasformi interessi in output.
Multipotenziale vuol dire non saper scegliere?
No. Spesso vuol dire il contrario: vedi troppe opzioni valide, e il problema non è la volontà, è l’architettura della scelta. Se ti imponi “una sola identità” ti spegni; se ti concedi “tutto insieme” ti perdi. La soluzione sta nel mezzo: scegliere una cornice e lavorare con un metodo che protegga il focus.
Come capisco cosa fare nella vita se mi interessano troppe cose?
La domanda “che lavoro faccio?” di solito è troppo stretta per un multipotenziale. Funziona meglio chiedersi: quale trasformazione ti interessa, quale tipo di problemi ami risolvere, quale messaggio ti viene naturale esprimere in formati diversi? Quando trovi quel centro di gravità, i linguaggi (scrittura, video, musica, ecc.) smettono di competere tra loro e diventano strumenti di un’unica traiettoria.
Devo per forza “nicchiarmi” per crescere online o fare business?
No, ma devi essere comprensibile. Puoi essere ampio e chiarissimo se hai un contenitore forte (valori, promessa, trasformazione) e se ciò che pubblichi ha continuità. In altre parole: non serve ridurti, serve una cornice che renda coerente la tua complessità, così chi ti scopre capisce subito “perché seguirti”, anche se parli con più linguaggi.
Come evitare di iniziare mille cose e non finire nulla?
Un multipotenziale non si salva proibendosi di iniziare, ma portando le cose a termine. Il metodo più semplice è quello dei blocchi: un progetto per ambito alla volta, con una definizione chiara di “finito” prima di iniziare. La qualità si affina dopo; prima serve l’oggetto concluso, perché è l’output finito che costruisce fiducia (in te e negli altri).
È normale stancarmi anche di ciò che amo?
Sì, ed è più comune di quanto sembri, soprattutto in chi ha una mente esplorativa. Il punto è distinguere tra “mi sto stancando perché sto crescendo e c’è attrito” e “mi sto stancando perché sto usando quell’interesse come fuga”. Qui il vessel aiuta: se l’interesse alimenta il contenitore, di solito vale la pena attraversare la fase; se invece ti allontana sistematicamente da ciò che vuoi costruire, forse era semplice rumore.
Come spiego agli altri (clienti, partner, famiglia) che cambio progetti senza sembrare incoerente?
La chiave è spostare la conversazione da “quante cose fai” a come lavori e cosa consegni. Non devi giustificarti con la teoria della multipotenzialità: devi rendere visibile la tua struttura (contenitore + blocchi + output). Uno script semplice può essere: “La coerenza non è l’etichetta, è la traiettoria.” Quando parli così, l’apparente incoerenza diventa un processo attuabile.
Da dove posso partire se voglio trasformare questa mappa in un percorso concreto?
Se ti riconosci in questa dinamica e vuoi passare dall’idea alla pratica con un metodo su misura, ho due strade semplici. La prima è un percorso guidato: scopri le coaching call. La seconda è farlo in autonomia: scopri i miei libri.