Perché Sempre Più Persone Abbandonano i Social Media

Un’atto di ribellione silenzioso contro lo scroll infinito, i feed “Per Te” e un internet che ci usa, invece di nutrirci.


C’è una nuova richiesta che appare in posti dove, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata assurda: “metti via il telefono”. A volte è un sacchetto sigillato, altre un adesivo sulla fotocamera, oppure solo una regola non scritta. Non è un atto di nostalgia per l’analogico. È un esperimento collettivo: cosa succede quando la stanza torna ad appartenere alle persone e non ai dispositivi?

La cosa interessante è che ora non suona più come la punizione di un genitore che non comprende le nuove dinamiche social, al contrario è un sollievo quasi fisico.

Perché la discussione sui social, oggi, è molta diversa da quella di dieci anni fa. Non riguarda solo le foto, i post, o la quantità di tempo “sprecato”. Riguarda qualcosa di più scomodo: la sensazione che l’esperienza sia cambiata sotto i nostri occhi. Quello che doveva essere un luogo di relazione si è trasformato in un ambiente di consumo. L’idea stessa di “seguire” qualcuno — scegliere chi entra nella tua attenzione — è stata sostituita da un feed che decide per te cosa guardare dopo.

E allora sì, sempre più persone stanno abbandonando i social. Non con annunci eclatanti, o un digital detox a tempo indeterminato. Più spesso lo fanno come si abbandona un rumore di fondo che diventa insopportabile: riducono, cancellano un’app, smettono di aprirla al mattino, spostano altrove il proprio tempo. Una forma di ribellione silenziosa contro un internet progettato per trattenerci, invece che esserci utile.

 

Perché leggere questo articolo?

Se è la prima volta che ci incontriamo, sono Giuliano Di Paolo: creator, filmmaker e autore. Sono un viaggiatore seriale, collaboro con brand e testate internazionali, e il mio scopo su questo magazine (e i miei canali) è quello di aiutarti a porti le giuste domande per vivere con più intenzione, presenza e maggiore creatività.

Questo articolo non è una lista di regole per “disintossicarti”. È una disamina su cosa è cambiato (TikTok, Instagram, YouTube: target diversi, logiche sorprendentemente simili), perché l’abbandono sta diventando una risposta culturale, e quale tipo di ecosistema può permetterti di usare questi strumenti senza venirne usato.

 
 

Quando il telefono non può più entrare con te

Ecco una scena sempre più frequente in alcuni nuovi contesti sociali: il tuo smartphone “non può più entrare” con te (sì, un po’ come accadeva tempo fa per gli animali domestici in certi spazi pubblici). La parte interessante non è il gesto in sé, ma la sua normalizzazione. Fino a poco tempo fa, chiedere a qualcuno di rinunciare al proprio telefono sembrava un atto ostile: come togliergli un pezzo di identità, o interrompere una conversazione con il mondo.

Oggi, in sempre più spazi, quella richiesta viene accolta come si accoglie una porta chiusa sul rumore: finalmente.

Perché il telefono è diventato l’ambiente stesso. Un posto in cui entri “un secondo” e da cui esci mezz’ora dopo senza sapere bene cosa hai visto. È un gesto minuscolo e ripetuto — apri, scorri, chiudi — che però cambia la tua energia e, spesso, quella degli ambienti che finisci per “contaminare” con la sua presenza. E quando ti accorgi che quel gesto sta colonizzando anche i momenti che dovrebbero essere tuoi (una cena, una camminata, l’attesa, la noia), allora inizi a desiderare una cosa semplice: un confine.

Questo è il punto che spesso si perde quando parliamo di “dipendenza” o “autocontrollo”. La questione non è se siamo persone forti o deboli. La soglia di accesso è diventata zero: nessuno sforzo, nessun attrito, nessun “fine”. Lo scroll infinito non ti chiede di decidere, ma di continuare, finché non sei tu a cedere. E quando un’intera cultura si accorge di aver perso la capacità di fermarsi, la prima forma di protesta è un gesto di una praticità imbarazzante: stabilire una distanza tra te e il tuo feed.

 

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Il colpo di stato del feed: dal “Follow” al “Per Te”

Per anni il gesto più potente dei social è stato uno dei più semplici: seguire. Una delle idee fondative del Web 2.0: un patto implicito — io scelgo chi ascoltare, e tu, piattaforma, rispetti quella scelta. Il “follow” metteva l’utente in una posizione rara, oggi quasi nostalgica: decidevi tu cosa meritava spazio nella tua attenzione. Certo, c’erano pubblicità, contenuti spinti, dinamiche tossiche. Ma la grammatica era leggibile: il feed era una conseguenza, non una sorpresa.

Poi arriva il colpo di stato.

Il feed smette di appartenerti quando la piattaforma smette di chiederti “chi vuoi seguire?” e inizia a chiedersi “cosa ti terrà qui più a lungo?”. È qui che il “Per Te” (o i consigliati, o il recommended: cambia il nome, stessa pratica) diventa il centro dell’esperienza: non più scelta, ma predizione. Questa è la nuova architettura con cui le piattaforme catturano — e guidano — la tua attenzione:

  • Nel feed basato sul follow, il contenuto è legato a una relazione: qualcuno che hai scelto.

  • Nel feed basato sul Per Te, il contenuto è legato a una probabilità: qualcosa che potresti non aver chiesto, ma che probabilmente guarderai.

Il punto non è che il “Per Te” sia sempre sbagliato. Ma quando diventa la regola e non l’eccezione, cambia la natura stessa dei social. Cambia cosa vale e cosa viene premiato. Perché se la valuta è il tempo di permanenza, allora il feed non deve più “rispecchiarti”: deve catturarti. È per questo che, a un certo punto, ti ritrovi a pensare: come ci sono finito qui?

Sarà capitato anche a te: apri lo smartphone per rispondere a un messaggio, e un attimo dopo stai guardando un video che non avresti mai cercato. Non segui nessuno dei volti che compaiono, non ti interessa davvero l’argomento, eppure… sei ancora lì. In quel momento capisci che il feed non è più una rete sociale, ma una sistema di raccomandazione perfetto. Da social media a interest media. Un palinsesto personalizzato, dove “personalizzato” significa soprattutto ottimizzato per la tua permanenza.

E quando questa logica diventa dominante, accade qualcosa di inevitabile: i contenuti cambiano. Il feed premia ciò che funziona senza contesto, ciò che si capisce in meno di cinque secondi, ciò che genera una reazione immediata. Non ciò che costruisce relazione nel tempo. Il “follow”, in un certo senso, era un confine. Il “Per Te” è una porta girevole.

Non segui nessuno dei volti che compaiono, non ti interessa davvero l’argomento, eppure… sei ancora lì. In quel momento capisci che il feed non è più una rete sociale, ma un sistema di raccomandazione “perfetto”.

 

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Perché restiamo anche quando non ci piace

A questo punto arriva la domanda che tiene insieme tutto: se ci fa stare peggio, perché non smettiamo e basta? Perché la maggior parte delle persone non descrive i social come un piacere. Li descrive come un’abitudine. Come un rumore di fondo che non si spegne mai davvero. La risposta più onesta è anche la più scomoda: perché non è progettato per piacerti o esserti utile, ma per funzionare. E in questo contesto, significa una cosa: tenerti dentro (senza tregua).

I social non ti vogliono felice. Non gli interessa se sei calmo o ansioso, ispirato o irritato. Gli interessa che tu continui a scrollare. E qui entra in gioco una dinamica vecchia quanto l’essere umano: le ricompense intermittenti. Non sai cosa arriva dopo. Ogni scroll è una leva tirata. Ogni video una possibilità. La maggior parte è mediocre, alcuni sono piacevoli, qualcuno ti fa restare. Una struttura semplice e al contempo devastante.

Poi c’è un’altra cosa che i social media hanno imparato bene: ciò che ti agita ti trattiene più di ciò che ti calma. Siamo animali che reagiscono al pericolo, alla dissonanza, all’ingiustizia, al confronto. La parte del cervello che ti dice “guarda meglio” è più antica di quella che ti dice “basta, vai a dormire”.

Le piattaforme sono piene di contenuti che non ti nutrono ma ti “accendono”: indignazione, paura, desiderio, confronto, aspirazione. Non sempre in modo esplicito. A volte con la forma più elegante di tutte: vite migliori della tua montate in meno di un minuto, con il ritmo giusto e un edit accattivante. Performance costanti che ti spingono — quasi senza chiedertelo — a misurarti.

A questo punto la questione smette di essere “tempo sprecato” e diventa attenzione catturata. Perché se una piattaforma riesce a rendere automatico il gesto di aprirla e riesce a tenerti in uno stato di micro-attivazione costante, allora non serve più che tu “voglia” esserci. Ci finisci e basta.

Ecco un paradosso che oggi sento spesso: non mi diverte, ma ne ho bisogno. Perché necessiti di quella scarica? La piccola anestesia della noia, il riempitivo dell’attesa, il sedativo sociale quando non sai cosa fare con le mani, con la testa, con te stesso. In altre parole: non restiamo perché amiamo i social, ma perché i social sono diventati un comportamento di riflesso. Un gesto che scatta prima del pensiero.

 

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Il vero costo: relazione, identità, creatività

Il problema dei social non è solo che “ti rubano tempo”. Questa è una conseguenza misurabile, riassumibile in una schermata: minuti, ore, settimane. Ma il costo reale è più subdolo, perché non riguarda quanto ci stai dentro. Riguarda chi diventi mentre ci stai dentro.

Il primo costo è la relazione. Il telefono non ti impedisce di stare in mezzo agli altri — spesso sei con loro, fisicamente — ma introduce una terza presenza costante: un altrove che interrompe, frammenta, disallinea. È una dinamica invisibile: una micro-assenza ripetuta. Uno sguardo in basso, una notifica di “un secondo” che diventa un intervallo prolungato. Alla lunga, questo cambia la qualità dei tuoi rapporti: meno continuità, meno ascolto profondo, meno spazio emotivo.

Il secondo costo è l’identità. Perché i social media non ti propongono meri contenuti, ma un confronto costante e imperituro. Anche quando non te ne accorgi, ti invita a misurarti. Non sempre con la tossicità esplicita dell’odio o del body-shaming, ma con la promessa che altrove esistano vite più realizzate della tua. Quotidiani editati, corpi curati, case perfette, carriere accelerate, viaggi narrati come avventure indimenticabili. Sai che non è reale, ma il tuo sistema nervoso risponde come se lo fosse.

È qui che interviene una dinamica subliminale: l’identità smette di essere esperienza per divenire rappresentazione. Inizi a chiederti come apparirà ciò che stai vivendo. Guardi la tua vita con gli occhi di un pubblico immaginario. È una forma di docile sorveglianza: un meccanismo stabile che cambia la percezione di cosa e come vivere: non ciò che ti fa stare bene, ma ciò che performa bene.

Il terzo costo è la creatività. I social siano “anti-creativi” per definizione: al contrario, possono essere uno dei luoghi più creativi mai esistiti. Ma la creatività richiede una risorsa precisa, fragile e sempre più rara: attenzione continua. Richiede noia, vuoto, tempo “non ottimizzato”. Richiede quell’intervallo in cui il cervello non riceve input e, proprio per questo, inizia a collegare i punti. Le piattaforme sono una macchina che riduce a zero il vuoto, perché nel vuoto c’è il rischio che tu esca.

E allora la domanda che dovremmo porci è “sto perdendo profondità?” Perché un’attenzione costantemente frammentata è un modo diverso di pensare e stare al mondo: più reattivo, breve e nervoso. Un modo in cui tutto è stimolo, quasi nulla ha un vero significato. Un mondo dove il rapporto più intimo che abbiamo è quello vincolato ad un algoritmo.

❝Inizi a chiederti come apparirà ciò che stai vivendo. Guardi la tua vita con gli occhi di un pubblico immaginario. È una forma di docile sorveglianza: un meccanismo stabile che cambia la percezione di cosa e come vivere.

 
 

Perché milioni di persone tornano offline

È qui che il discorso cambia tono. Perché quando un’esperienza diventa così pervasiva, ci aspetteremmo una reazione rumorosa: manifesti, campagne, grandi addii pubblici. Invece sta accadendo il contrario. L’abbandono sta prendendo la forma più contemporanea possibile: una ribellione silenziosa.

Silenziosa perché non è assoluta, ne teatrale. Non è del tipo “ho cancellato tutto e sono rinato”, ma più frequentemente: “ho ridotto”, “ho eliminato un’app”, “ho smesso di aprirlo al mattino”, “ho deciso che non fa più per me.” La ribellione vive nella gestione dei confini. E c’è un dettaglio interessante: molte persone non si limitano a rifiutare“il digitale”, ma l’idea di un certo tipo di digitale. Quello senza fine, automatico, che si infila subdolamente tra le pause delle tue giornate finché i micro-spazi diventano l’intera giornata.

È per questo che parole come “digital detox” circolano ovunque, ma spesso come etichetta comoda, non come soluzione definitiva. Perché la maggior parte di noi non sta cercando di disintossicarsi dal mondo, ma da un’esperienza progettata per essere irresistibile. Il detox, in molti casi, è il tentativo di ripristinare una sensibilità perduta.

Questo nuovo movimento non fa rumore, ma va dritto al cuore: spostare il tempo speso altrove. Tenere i social come superficie (scoperta, contatto, aggiornamento), ma cercare profondità in luoghi dove l’attenzione non viene continuamente spezzata. Spazi più piccoli. Formati più lenti. Relazioni meno “pubbliche”. Un internet dove non sei un target, ma una persona che sta parlando con altre persone.

E in parallelo succede un’altra cosa, quasi inevitabile: la rivalutazione dell’offline. Eventi dove il telefono non entra. Conversazioni che tornano ad avere continuità. Momenti in cui la noia non viene immediatamente sedata, e proprio per questo riapre spazio mentale. Oggi reinseriamo, metaforicamente e praticamente, la parola “fine” dove tutto sembra un continuum. L’abbandono dei social, oggi, è l’atto culturale di persone che stanno tentando di recuperare la cosa più costosa e facile da perdere: la propria attenzione.

 

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Usare i social senza farti usare

La tentazione ora è forte: fare moralismo e dimenticare (anche) gli enormi benefit che i social hanno portato alla nostra società. Cancellare tutto è poco realistico — oltre che poco utile. I social non sono solo intrattenimento: sono infrastruttura, lavoro, relazioni, scoperta, eventi, contatti, opportunità. Il problema è l’evoluzione (o involuzione) che hanno subito — e cosa succede quando li lasci entrare ovunque.

Per questo l’uscita più efficace raramente è un addio. Meglio cambiare il loro ruolo: non subirli, sii “attivo” nell’utilizzo. Usarli intenzionalmente significa una cosa piuttosto banale: definisci tu le condizioni. Perché se il sistema è un corridoio infinito, l’unico modo di recuperare la nostra libertà è costruire porte solide.

Io la penso così: ci sono tre livelli di uscita. Considerali come modi diversi di riprendere in mano i cardini della tua attenzione:

1) Ridurre

Ridurre significa togliere ai social la capacità di colonizzare i momenti “vuoti” della tua giornata. Scegliere dove entrano e dove no: mattino, sera, pasti, conversazioni, attese. Ridurre è anche riconoscere una verità impopolare: non hai bisogno di essere aggiornato su tutto (una dinamica simile l’abbiamo vissuta in passato con tg/news). La maggior parte di ciò che scorre non è informazione, ma un futile riempimento.

2) Ritualizzare

Il punto chiave è usarli meglio. E per farlo ti serve un rituale: un contesto, un’intenzione, un tempo definito. I social innescano la compulsione quando sono sempre disponibili e privi di cornice. Ritualizzare significa trasformare l’accesso in una scelta, non in un riflesso. Significa poter dire: “entro per questo, esco quando ho finito”. È l’opposto dell’esperienza standard: “entro senza sapere perché, esco quando sono esausto”.

3) Ricomporre

Questo è il livello che cambia tutto, perché va oltre i social: riguarda come gestisci la tua attenzione. Ricomporre significa costruire un ecosistema in cui le piattaforme tornano al loro ruolo: servirti ciò che scegli consapevolmente. Non controlli l’algoritmo, ma puoi influenzare quanto decide per te: scartando la spazzatura e interagendo solo con ciò che ti nutre davvero. È qui che, per me, si gioca la differenza tra “usare i social” e “farsi usare”.

Io — da creator e professionista — li tratto anche come un canale di distribuzione. Un’opportunità rara per chiunque abbia qualcosa da dire. Nessun gatekeeper: ci sei tu, il tuo messaggio e un pubblico disposto ad ascoltarti. Il costo è quasi nullo e, nei primi anni 2000, una previsione del genere sarebbe sembrata fantascienza.

Vuoi andare più a fondo?

Il punto cruciale non è “se” usare i social, ma come farlo senza barattare attenzione e presenza. Se vuoi portare questo lavoro un passo oltre la teoria, qui sotto trovi tre strade (tratte dai miei percorsi) per farlo con continuità.

👉🏻 Libri — per imparare come ricostruire presenza, focus e una vita più consapevole.
👉🏻 Corsi — sistemi e workflow per usare i social come strumento, creare con continuità e costruire un ecosistema che non dipende dall’algoritmo.
👉🏻 Coaching 1:1 — se vuoi accelerare e avere un mentor che ti aiuti a vedere meglio, prendere decisioni chiare e costruire un piano realistico.

 

FAQ — Abbandonare i social e riprendersi l’attenzione

Cosa significa davvero “abbandonare i social”?

Non significa sparire dal mondo. Nella maggior parte dei casi significa cambiare il ruolo che i social hanno nella tua vita: da habitat a strumento. Per alcuni è ridurre drasticamente, per altri eliminare una o due app, per altri ancora usare i social solo in finestre precise. Il punto è riacquisire il proprio tempo.

Digital detox e “abbandonare i social” sono la stessa cosa?

Non necessariamente. Il digital detox è spesso una pausa (anche breve) per resettare automatismi. “Abbandonare i social”, invece, è più spesso una reazione culturale e quotidiana: ridurre la compulsione, ricostruire confini e spostare il tuo tempo verso spazi più profondi (relazioni, long-form, offline). Uno può includere l’altro, ma non coincidono.

Perché oggi i social sembrano più compulsivi rispetto a qualche anno fa?

Perché l’esperienza si è spostata dal “seguire persone” al “consumare contenuti raccomandati”. Il feed è ottimizzato per la permanenza: tende a spingere verso continuità, autoplay, raccomandazioni e ricompense intermittenti. Spesso ci finisci dentro per inerzia.

Cosa cambia tra feed “Following” e feed “Per Te”?

Nel feed “Following” il contenuto è legato soprattutto a una relazione: vedo persone che ho scelto. Nel feed “Per Te” il contenuto è legato a una predizione: vedo ciò che probabilmente mi tratterrà. Cambia la sensazione di controllo, ciò che viene premiato, il tipo di contenuti che emergono.

È normale sentire “non mi piace, ma mi manca”?

Sì. È uno dei segnali più comuni. Non ti mancano necessariamente i contenuti: ti manca la scarica, la micro-anestesia della noia, l’illusione di riempire un vuoto. È per questo che il tema non è colpevolizzarsi (forza di volontà), ma progettare contesto e confini.

Posso lavorare con i social senza farmi usare?

Sì, ma richiede un cambio di modello. Se il tuo lavoro dipende solo da una piattaforma e dal suo feed, sei sempre esposto a variabili che non controlli. L’alternativa è costruire un ecosistema: canali proprietari, contenuti long-form, community, SEO. Esattamente quello che spiego nel mio corso Creator Mastery.

“Educare l’algoritmo” funziona davvero o è un’illusione?

Non lo controlli, ma puoi ridurre quanto decide per te. In pratica significa: smettere di interagire con ciò che ti attiva (anche se ti “prende”), disiscriversi da fonti/format spazzatura, usare le funzioni di “non mi interessa”, e soprattutto smettere di restare incollato su contenuti che non vuoi nella tua dieta mentale.

Qual è un primo passo sensato se non voglio cancellare tutto?

Inizia da una domanda: in quali momenti i social mi “catturano” più facilmente? Di solito sono le soglie: mattino, sera, attese, stanchezza. Non serve rivoluzionare tutto, ti basta togliere ai social il potere di entrare ovunque. Quando recuperi quelle soglie, recuperi anche la continuità della tua giornata.

 

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